L’accusa di tradimento non paga

Si fatica a comprendere la ragione politica che induce i dirigenti del Popolo della libertà a insistere nell’accusa di “tradimento” nei confronti dei parlamentari seguaci di Gianfranco Fini. Una reazione emotiva e irritata all’annuncio della presentazione di una mozione di sfiducia da parte di un gruppo che appena poche settimane fa aveva promosso il programma in cinque punti, naturalmente, è comprensibile. Leggi Il gran rompicapo della mediazione (im)possibile tra il Cav. e Fini
9 DIC 10
Ultimo aggiornamento: 06:56 | 13 AGO 20
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Si fatica a comprendere la ragione politica che induce i dirigenti del Popolo della libertà a insistere nell’accusa di “tradimento” nei confronti dei parlamentari seguaci di Gianfranco Fini. Una reazione emotiva e irritata all’annuncio della presentazione di una mozione di sfiducia da parte di un gruppo che appena poche settimane fa aveva promosso il programma in cinque punti, naturalmente, è comprensibile. Ma rompere tutti i ponti, per l’oggi e per il domani, con l’apposizione del marchio di ignominia è un errore evidente, che ha l’effetto controproducente di compattare un raggruppamento nel quale esistono gradi diversi di ostilità all’esecutivo. D’altra parte il richiamo alla responsabilità di fronte a una crisi politica al buio non avrebbe senso se fosse rivolto a dei “traditori”.

Il tradimento, il passaggio al nemico o l’appoggio ai suoi disegni, si consumerebbe, in termini politici naturalmente e comunque non militari, nel caso di una convergenza sull’appoggio a un governo di ribaltone, non nella espressione di una sfiducia che, seppure irritante e discutibile, rappresenta la conseguenza di una profonda rottura che si è verificata all’interno del partito di maggioranza relativa. Nella vicenda italiana ci sono state altre scissioni, soprattutto nella sinistra, da Livorno a palazzo Barberini. Proprio le reciproche accuse di tradimento che le hanno accompagnate hanno inibito alla sinistra italiana la possibilità di esercitare un ruolo corrispondente alla sua dimensione. La radice di quell’errore stava nella dimensione ideologizzata all’estremo del confronto politico: sarebbe stravagante che quei difetti si riproducessero nell’area moderata di oggi.